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martedì 29 settembre 2015
venerdì 29 agosto 2014
martedì 12 agosto 2014
sabato 9 agosto 2014
venerdì 8 agosto 2014
La storia della Ricoh Singlex non è nota in tutti i particolari, per cui si può solo presupporre, dai dati effettivi e da quanto si racconta, che la sua nascita derivi da esigenze di produzione delle tre case Nikon, Mamiya e Ricoh, ciascuna delle quali, per motivi diversi, ha avuto interesse a concludere un accordo, da cui è nata la nostra Singlex.
A conclusione della positiva esperienza con la Nikkorex (costruita da Mamiya ed entry level per le ottiche della serie F), Nikon decise di riprogettare e produrre in proprio una ‘sorella minore’ per la Nikon F, ovvero la futura Nikkormat.
Chiuse quindi il contratto di sub-produzione con Mamiya, cui rimase sulle spalle la linea di produzione Nikkorex; della quale non è chiaro chi fosse il progettista e quali fossero gli accordi di brevetto; ne peraltro si capisce perché Mamiya non abbia proseguito direttamente lei stessa la produzione.
Vero è che già allora Nikon impediva a chiunque di produrre corpi macchina con il suo attacco F (non a caso l’unica altra fotocamera con attacco F è stata la Kiev 19 sovietica, ma come si sa, l’URSS non rispettava certo i brevetti occidentali), ma una chiusura così subitanea è oscura.
Tuttavia poco dopo Mamiya vendette la produzione del modello Nikkorex a Ricoh, che, probabilmente, voleva inserire in catalogo una prima reflex, per stare al passo delle altre marche giapponesi; ma non avendo esperienza ne tempo per il progetto, cercava sul mercato una fotocamera già pronta.
Non si sa se la vendita prevedesse lo spostamento fisico degli impianti o solo la sub-produzione, come era stato fatto con Nikon, ma la produzione riprese con un corpo macchina pressochè identico alla Nikkorex.
È probabile che l’accordo di cessione (in cui entrava di sicuro Nikon) prevedesse un primo periodo di produzione, per mettere a punto gli impianti, in cui era concesso ancora l’uso dell’attacco F originale (anche se, come vedremo leggermente modificato), per poi andare in produzione di massa con il corpo macchina ben progettato e ormai abbondantemente testato, ma con un attacco tradizionale a vite 42x1.
Infatti alla prima Singlex F mount, ne segui una serie ridotta, identica con il bocchettone a vite e subito dopo la Singlex TLS e le altre succesive Ricoh, sempre a vite.
Con tempi sino al 1000 si poneva nella fascia alta del mercato, e l'otturatore Copal Square a lamelle verticali risultava addirittura più performante di quello della stessa F, potendo sincronizzare i flash fino ad 1/125 sec. (l'utilizzo dei Copal Square verticali furono di sicuro un'idea Mamiya, ma di così alto profilo che Nikon usò lo stesso nelle Nikkormat ed in tutta la successiva serie FM-FA-FE sino agli anni 2000).
Le differenze con le Nikkorex si limitano a semplici restiling della cassa superiore, che sposta il profilo del gradino orizzontale dal basso verso la parte superiore; ed alle differenze fra pulsanti di scatto e leve di carica (appare strano, ma quelli della Singlex sono molto più simili a quelli della futura Nikkormat).
L'unica vera differenze, che rendeva il mondo Singlex ed il mondo Nikon solo parzialmente compatibili, è il disegno della baionetta di innesto degli obbiettivi.
La modifica (probabilmente compresa nell'accordo di vendita) prevede che una delle tre flange della baionetta, nella Singlex, sia più lunga delle altre due, mentre nella baionetta Nikon tutte e tre le flange sono uguali.
Il che permette a tutti gli obbiettivi Nikon di essere accettati dal corpo macchina Singlex, mentre al contrario, gli obbiettivi Rikenon Singlex, non possono essere montati su apparecchi Nikon, poichè una delle flange dell'ottica è appunto più lunga di quella del corpo macchina.
Così i possessori di ottiche Nikon potevano acquistare tranquillamente corpi macchina Ricoh, mentre il contrario era inutile; probabilmente questo è il motivo per cui gli obbiettivi Rikenon a bajonetta, pur essendo previsti nei listini in numero e tipi davvero interessanti, non si trovano sul mercato dei collezionisti. Unico, il 55mm/f:1.4, che veniva venduto a corredo del corpo macchina (e che nel mio esemplare purtroppo non è presente)
La fotocamera
Il corpo, massiccio e piuttosto spesso, non presenta particolari innovazioni. Era un buon surrogato della più nobile Nikon F, dalla quale risulta in pratica diversa (ovviamente come Nikkorex F) solo nel pentaprisma fisso e nella mancanza del sollevamento dello specchio.Con tempi sino al 1000 si poneva nella fascia alta del mercato, e l'otturatore Copal Square a lamelle verticali risultava addirittura più performante di quello della stessa F, potendo sincronizzare i flash fino ad 1/125 sec. (l'utilizzo dei Copal Square verticali furono di sicuro un'idea Mamiya, ma di così alto profilo che Nikon usò lo stesso nelle Nikkormat ed in tutta la successiva serie FM-FA-FE sino agli anni 2000).
Le differenze con le Nikkorex si limitano a semplici restiling della cassa superiore, che sposta il profilo del gradino orizzontale dal basso verso la parte superiore; ed alle differenze fra pulsanti di scatto e leve di carica (appare strano, ma quelli della Singlex sono molto più simili a quelli della futura Nikkormat).
L'unica vera differenze, che rendeva il mondo Singlex ed il mondo Nikon solo parzialmente compatibili, è il disegno della baionetta di innesto degli obbiettivi.
La modifica (probabilmente compresa nell'accordo di vendita) prevede che una delle tre flange della baionetta, nella Singlex, sia più lunga delle altre due, mentre nella baionetta Nikon tutte e tre le flange sono uguali.
Il che permette a tutti gli obbiettivi Nikon di essere accettati dal corpo macchina Singlex, mentre al contrario, gli obbiettivi Rikenon Singlex, non possono essere montati su apparecchi Nikon, poichè una delle flange dell'ottica è appunto più lunga di quella del corpo macchina.
Così i possessori di ottiche Nikon potevano acquistare tranquillamente corpi macchina Ricoh, mentre il contrario era inutile; probabilmente questo è il motivo per cui gli obbiettivi Rikenon a bajonetta, pur essendo previsti nei listini in numero e tipi davvero interessanti, non si trovano sul mercato dei collezionisti. Unico, il 55mm/f:1.4, che veniva venduto a corredo del corpo macchina (e che nel mio esemplare purtroppo non è presente)
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| Ricoh Singlex (F mount) pre-CLA - 1966 | Ricoh Singlex (F mount) - 1966 |
mercoledì 6 agosto 2014
Le Kodak Brownie nascono nel 1900 come
macchine semplici, secondo la filosofia di Kodak (voi scattate ed al
resto pensiamo noi), ed addirittura pubblicizzate come 'easily
operated by any school boy or girl'; ed utilizzano la prima pellicola
in film di Kodak, che vuole offrire un sostituto alle lastre in
vetro, per ampliare il mercato dei fotografi dilettanti.
Sono una semplice scatoletta di metallo
(da cui Box Camera, nome con cui il 'tipo' di macchina è conosciuta
ancora oggi), con una lente frontale a menisco (di circa 100mm) che
proietta l'immagine sulla pellicola in formato 117, sistemata
posteriormente, sulla quale ottengono 6 scatti 6x6 cm. Hanno un
semplice otturatore a lamella, con un tempo intorno al 50esimo di
secondo, diaframma f:11 e messa a fuoco fissa (da 2mt. in poi).
Viene subito affiancata dalla versione
con pellicola 120 standard, che dà 8 scatti 6x9 cm e rimane
praticamente invariata sino agli anni '30.
Nel frattempo i vari concorrenti
americani ed europei sviluppano macchine praticamente identiche,
salvo: Agfa, che con le Agfa-Box ripete lo schema Brownie, ma con
maggiore robustezza ed un menisco più luminoso (f:9.5) e Zeiss, che
con le Box Tengor surclassa Kodak introducendo, come suo solito, una
box-camera dalla tecnica raffinata ed all'avanguardia con blocco
contro le doppie esposizioni, mirini ampi e luminosi, 3 diaframmi,
messa a fuoco a zone (con utilizzo di lenti addizionali interne) e
filtro giallo interno, nonché con un buon 'tripletto' prodotto dalla
consociata Goertz.
Nel corso degli anni '30 Kodak, per far
fronte ai concorrenti, introduce un pesante (e bellissimo) restiling
estetico, dovuto alla forte influenza della corrente
architettoniche-artistica del modernismo 'aerodinamico' (streamlined)
su tutti i prodotti americani (dai grattacieli, alle auto, agli
orologi), ma soprattutto aggiunge l'utilizzo della pellicola 620
(sempre per 8 fotogrammi 6x9).
Tale formato è identico al 120, per
ciò che riguarda il film, mentre si diversifica per il rocchetto,
che è leggermente più corto, con i dischetti laterali più piccoli
e soprattutto con i fori di trascinamento molto più piccoli.
Tutto ciò per rendere incompatibili le
macchine dei concorrenti con le nuove pellicole sviluppate per il
620, ma soprattutto le proprie macchine con le pellicole dei
concorrenti, obbligando così i propri clienti a rimanere per forza
in casa Kodak (cosa che ripeterà con i sistemi 126 Instamatic e
110).
Nel corso degli anni a cavallo del 1950
vengono introdotte diverse Brownie, con forme inusuali, con visori a
pozzetto, flash incorporati e colorazioni tipiche della 'space age'
che stava nascendo.
Finalmente anche la Brownie classica si
adegua ed introduce (come le concorrenti Zeiss di 15 anni prima)
mirini più ampi, diversi tempi di otturazione, messa a fuoco con
lenti addizionali e filtri interni.
Rimane così, con diverse livree, fino
al 1963, anno in cui viene sostituita dalla Instamatic.
Questa Brownie è stata costruita dalla
Kodak inglese, nel corso dei primi anni '50, ed incarna perfettamente
tutto quanto già scritto.
Mi affascina soprattutto la livrea
inconsueta (almeno per l'Italia) così poco macchina fotografica;
strutturalmente è stata ben realizzata, perchè ancora oggi, ad
ormai 60 anni di distanza, non ha cedimenti ne tracce di ruggine
(l'interno è perfetto, senza nemmeno una piccola presenza di
polvere); i due specchietti che permettono di inquadrare l'immagine
sono stati solo ripuliti e brillano come nuovi, la bontà del
rivestimento in pelle è visibile perfino dalle foto.
La qualità dei materiali era
senz'altro superlativa (nonostante fosse la macchina destinata al
pubblico più incompetente nella già scarsa fascia dei clienti cui
si rivolgeva Kodak).
L'otturatore è costituito da un
meccanismo a molla che fa ruotare a scatto una lama traforata. I due
tempi indicati sul comando dell'otturatore (1/40 e 1/80) sono un po'
approssimativi e sono determinati dalla forza di richiamo della
molla.
Come in molti modelli di quest'epoca
(salvo la già citata Zeiss), l'otturatore non ha alcuna sicura: può
essere premuto in qualsiasi momento, rischiando di "bruciare"
il fotogramma; ma permettendo doppie esposizioni 'creative'.
Il diaframma è fisso (forse un 11, ma
non vi è traccia in nessuna documentazione), essendo costituito da
un semplice foro circolare nel lamierino.
Quindi in teoria ci sarebbero solo due
coppie di esposizione tempo/diaframma, ma utilizzando il filtro
giallo interno (che ruba un paio di stop) si possono raddoppiare le
stesse (soprattutto per l'uso con pellicole rapide).
Sull'esterno del corpo, accanto al
pulsante di scatto, e dei comandi per il filtro e la lente
addizionale, è stata applicata una griglia di riferimento per le
esposizioni con i vari tipi di pellicola Kodak (similmente alle
Rolleiflex...)
Da essa si può vedere come già
fossero in uso Tri-X (400 ASA) Verichrome Pan (125 ASA) e Pan-X (50
ASA) e come l'uso di tempo + filtro fosse già previsto dalla Kodak
stessa.
L'obiettivo è il più semplice in
assoluto, essendo costituito da un'unica lente, con messa a fuoco
fissa sull'infinito; tuttavia è possibile riprendere soggetti più
vicini con l'inserimento di una lente addizionale dietro
l'obbiettivo.
Per inquadrare i soggetti esistono due
"mirini", uno per quando si impugna la macchina per
inquadrature orizzontali e uno per quelle verticali. L'immagine
appare rovescia, come in tutte le macchine a pozzetto, e deve essere
osservata ad una certa distanza, pena il non vedere tutta la scena.
Usandola ci si accorge che è stata
costruita per essere utilizzata all'altezza della cintura; infatti è
il punto in cui i mirini sono luminosissimi e l'immagine perfetta
(salvo che siate in pieno sole, posizione in cui gli specchi sono più
bui delle compatte digitali in pari condizioni).
La pellicola viene fatta avanzare con
una semplice rotella, che si incastra con una certa difficoltà
direttamente nel rullo. Come in molte macchine medio formato di
fascia bassa, non esiste un "fine corsa": bisogna fermarsi
al momento giusto, controllando il numero del fotogramma stampato
sulla carta che protegge il lato posteriore della pellicola, e che
appare da un'apposita finestrella sul dorso, chiusa da un vetrino
rosso.
I risultati non sono eclatanti, ma più
che accettabili, se si tiene conto che il destino delle foto scattate
con la Brownie era di essere stampate a contatto, e che al momento
della nascita della macchina una foto 6x9 cm, era già molto grande;
e che personalmente le prime fotografie 9x12 a colori le ho ritirate
negli anni '70 (io stampavo in BN 10x15cm le istantanee di famiglia e
sembravano a tutti inutilmente enormi...)
E' una macchina semplice, ma (almeno
per me) complicata da usare, qui il ragionamento su tempi,
esposizione, inquadratura, attenzione al momento dello scatto ecc.
sono davvero massime; il rischio è il mosso, lo sfocato, e la
sotto/sovraesposizione; cioè tutto il possibile separato ed insieme.
Però è divertente, bellissima, si
scatta davvero con una scatoletta, e nessuno si immagina che quella
sia una macchina fotografica....
martedì 5 agosto 2014
Fotocamera poco conosciuta, ma con un design eccezionale, pulito ed essenziale, che ancora oggi, in tempo di digitali, resta affascinante.
Il sistema Agfa Rapid
La Rapid S2, come dice il suo nome, utilizza i caricatori del
sistema Rapid di Agfa, che negli anni ’60, per fare concorrenza all’Instamatic
Kodak, rispolverò le sue vecchie ‘kassette’ Karat (degli anni ’30) dotandole di
un antesignano accoppiamento DX, ovvero la trasmissione automatica della
sensibilità della pellicola all’esposimetro, realizzato con una linguetta
metallica fissata al caricatore.
Il vantaggio del Rapid era che la pellicola, normale 135mm
perforata, poteva essere di tutti i tipi in circolazione e della qualità del
135mm, molto migliore di quella Instamatic Kodak.
Purtroppo, in realtà, l’unica casa a produrre pellicole Rapid
fu solo Agfa (con pochi esperimenti di Ilford errania) e quindi la ristrettezza del
mercato coperto da Agfa portò alla sua scomparsa.
Il sistema prevede due caricatori in macchina, uno con la
pellicola vergine, ed uno vuoto, che raccoglie man mano la pellicola
impressionata; terminato il ‘rullino’, che tuttavia non ha alcun perno interno,
si toglie quello contenente la pellicola impressionata ed al suo posto si mette
quello ormai vuoto, pronto a ricevere la successiva pellicola.
Il caricamento è davvero rapidissimo, basta inserire il
caricatore nuovo, con la linguetta di pellicola che ne esce, nella cavità
prevista, chiudere il dorso e scattare a vuoto alcune volte, per far scorrere
ed inserire la pellicola da sola nel rocchetto vuoto.
Unico neo è che le pellicole (anche ricaricandole a mano) non
possono dare più di 12 scatti.
La Fotocamera
Le macchine per il sistema Rapid non furono numerose e quasi
tutte a livello Instamatic, ovvero con diaframma fisso ed un paio di tempi di
esposizione (si veda tutta la gamma Agfa e Dacora), tuttavia alcune marche
importanti realizzarono varianti dei propri modelli (quindi di livello
superiore alle precedenti), in diversi formati.
Il classico 24x36 con la Vito D Voigtländer, altri in mezzo
formato 18x24 quali Canon Dial e Olympus Pen EE, altri nel quadrato 24x24 come
la stessa Agfa Optima 250 V.
Solo alcuni fabbricanti giapponesi intrapresero la strada di
progettare macchine di buon livello specifiche per il sistema Rapid, che con
l’assenza del rocchetto fisso e del riavvolgimento, nonché con la minor
dimensione del caricatore, permettevano realizzazioni particolari.
Ad esempio Minolta 24, Mamiya Myrapid e Fujica S2.
La Fujica Rapid S2 è una macchina piccola e lunga, ma di
solida costruzione.
Monta un obbiettivo fisso Fujinar-K 28mm/f:2,8 (con diaframma
fino a 22); messa a fuoco stimata, ma con ampia scala, che integra simboli e
indicazione in metri e feet (da 80cm all’infinito).
Utilizza un formato quadrato 24x24mm, cui corrisponde il
mirino, abbastanza luminoso, senza la correzione dell’errore di parallasse; nel
quale, piccola gemma, appare una bandierina rossa in caso di luce insufficiente
(come nelle Olympus).
Il formato quadrato permette 16 scatti sulla pellicola Rapid
standard; il contatore, a lato della leva di scatto, si posiziona su 16 e
decrementa man mano si scatta, bloccandosi sullo 0, e permettendo solo l’avanzamento
della pellicola sino al suo sgancio dal rocchetto di trascinamento, ma non
scatti ulteriori.
L'esposizione è del tutto automatica, con l’esposimetro accoppiato, il quale ha la cellula al selenio attorno
alla lente dell’obbiettivo, così da poter montare i filtri colorati senza
problemi di esposizione, che verrà corretta automaticamente.
Purtroppo non ho il manuale, ma alla vista i diaframmi
ovviamente diminuiscono all’aumentare della luce, ed ad orecchio cambiano anche
i tempi dell’otturatore (sembra utilizzi il sistema Program, come le piccole
compatte automatiche di quegli anni, tipo la Chinon EE o la Rollei 35 XT ecc.
L’esposizione è invece fissa con l’uso del flash (credo 1/60 di sec.), nel cui caso si devono scegliere manualmente i diaframmi; mentre normalmente è automatica (si utilizza la A rossa sulla ghiera dei diaframmi).
Uso ed impressioni.
La macchina è piacevolissima da tenere in mano, poiché dà la
sensazione di una saponetta lunga e panciuta; è abbastanza pesante da
costituire una buona base anche a tempi lenti.
La corsa del pulsante di scatto è un po’ troppo lunga, almeno
nella mia, e purtroppo spesso si rischia di scattare un attimo troppo tardi.
Credo che l’uso per la street sia ottimale, poiché con
l’automatismo dell’esposizione e la scelta preventiva della messa a fuoco è una
vera point-and-shot; inoltre il 28mm dà un’ampia inquadratura ed un’ottima
profondità di campo.
Il formato quadrato permette di raggiungere ingrandimenti
discreti, certo molto migliore del mezzo formato, anche aiutato dall’ottima ed
incredibile resa dell’obbiettivo, che potete apprezzare nel crop 100% riportato
più sotto.
lunedì 4 agosto 2014
Macchina a me sconosciuta fino a poco tempo fa... trovata su e-aby durante la ricerca di un 24x24mm
Piccola, tutta di plastica, salvo i due coperchi superiore ed inferiore e la piastra porta-ottica.
Monta uno sconosciuto Felgner-Punktar 35mm/2,8, che dalle foto di prova mostra una brutta resa sui bordi laterali e per di più anche una bella vignettatura.
La macchina utilizza un 'esposimetro ad estinzione', ovvero una striscia di celluloide sfumata, che dovrebbe dare la coppia tempo/diaframmi a seconda dell'ultimo numero che la luce esistente permette di vedere. il tutto utilizzando la tabellina a corredo; che però non riporta gli ASA di riferimento. a stima dovrebbe essere per un 64/80 asa.
In compenso veniva data un'utile tabella che riporta la classica 'regola del 16'.
Dalle foto della macchina smontata si può vedere che è montato davanti al gruppo otturatore/diaframma, e sembra sia un 2 lenti in 2 gruppi (ma non ho avuto il coraggio di smontarlo del tutto).
In compenso la messa a fuoco all'infinito è precisa, ed al centro regge abbastanza bene (foto fatte fra f:5,6 ed 11)
E' l'unica macchina a marchio B.J.Oehler esistente, prodotta solo per 2 anni, 1950-51; la fabbrica omonima faceva ottiche per microscopi e non si capisce perchè abbia voluto cimentarsi nel campo anche delle fotocamere (peraltro qualcuno racconta che abbia fatto solo l'ottica ed il resto sia stato fatto dalla Kurt, sempre di Wetzlar).
L'otturatore è un onesto e funzionante Pronto, forse ben superiore alla macchina stessa.
Il tutto è un simpatico attrezzino, che volendo, si può pure usare, senza pretendere le resa di altre 'wetzlar made.'
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